I prodotti culturali predigeriti. Solo la sostanza, pronta per un nuovo uso. Per far crescere creativi sani, forti, bravi e belli.

Nome: Omogeneizzati Lab
la comunicazione predigerita, per creativi bambini.
Buonasera a lorsignori. Mi presento. Sono Marcowood, il Direttore dell' "Omogeneizzati Lab". La mission di questo laboratorio è semplice, proporre un luogo in cui scrivere circa l'industria culturale in modo funzionale, semiserio, creativo.
Da qui L' "Omogeneizzati Lab" si pone come occhio sull' industria culturale, per digerire qualunque prodotto e desumerne la sostanza che sta dietro la forma: le idee vincenti che possono essere alla base di nuovi prodotti creativi.
Solo l'essenziale. Solo ciò che può nutrire altra creatività. Con entusiasmo e divertimento. Perchè solo in questo modo nascono idee vincenti.
---COMON: il festival di sdc
---diario di un majister
---dove nasce l' "OMOGENEIZZATI- LAB"?
---l'exemplum della grafica
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Rimanere colpiti da “Sin City”, opera novella del genio del principale allievo di Tarantino, Robert Rodriguez, è quasi naturale. Sin dai titoli di testa, quando vediamo scritto a caratteri cubitali un altro nome nella regia: Frank Miller. E basta leggere qualsiasi libro sul fumetto, e guardare il prete con il quale Marv (personaggio interpretato da Mickey Rourke) si scontra nel film, per conoscerlo. Si tratta di uno dei principali creatori di nuvole parlanti dell’ultimo decennio, alla quale la Marvel (azienda americana leader nel settore del fumetto) ha affidato alcuni dei suoi più importanti personaggi.
Ed è forse proprio la sua presenza ad aver aperto un dibattito: Sin City è una traduzione intersemiotica (fumetto –cinema) ben riuscita? O forse è “troppo fumetto”, e quindi da bocciare come film?
È Piera De Tassis, direttrice di Ciak, che, sull’ omonima rivista di Giugno (2005), sferra l’attacco, dicendoci che il film è da bocciare, che non rispetta in qualche modo i canoni filmici, e che in alcuni momenti sembra manchi un’evoluzione di una storia, portando invece come exemplum “Spider Man” di Sam Raimi. Ed in effetti, una volta guardato, “Sin City” lascia straniati, stupiti. Ha un nuovo modo di raccontare, non convenzionale. Vediamo ad esempio l’exemplum riportato dalla De Tassis. Qual’e’ la principale differenza tra “Sin City” e “Spider Man”?
I film a volte sono come un’armonia musicale. Ci sono momenti di tensione e momenti di relax, quasi in modo costante. “Spider Man” mantiene questa costanza, descrivendo i personaggi e delineandone i cambiamenti in modo esplicito, attraverso un’evoluzione dicotomica, godibile per lo spettatore mainstream, ma manieristico per quello più smaliziato. Il mantenimento dell’armonia riguarda in principal modo la storia: ad ogni discesa di tensione corrisponde una salita. Ed ogni scena di film assume valore solo con la successione di quella seguente.
“Sin City” non possiede quest’armonia. Non ci si apsetta quasi mai cosa accada nella scena seguente, e forse neanche ci interessa. Il film possiede una profondità differente dal solito, una minuzia di particolari, data dal soffermarsi in ogni immagine, dal pensiero interiore dei protagonisti, che apre il film in una dimensione differente: quella dimensione dell’ ora e dell’ adesso, quella della interiorità dei protagonisti, delle loro scelte, mai cosi definite, ma sempre colte nel loro divenire.
È come se “Spider Man” fosse godibile solo nella sua totalità, ogni scena di “Sin City”, invece, fosse autoconlusiva e aprisse, oltre che la dimensione orizzontale della stroria, una dimensione verticale, che è il flusso interiore del personaggio, le sue sensazioni e i suoi dubbi mai dicotomici ( o fai questo o fai quello, l' "Aut- Aut" kiergaardiano), complessi come la realtà.
Si potrebbe dire che se “Sin City” racconta sia il sistema (ovvero la storia) che il processo (ovvero le congetture, i dubbi, mai dicotomici, e le motivazioni di ogni personaggio che motivano ogni scelta, e quindi ogni passaggio della storia), “Spider Man” racconta solo il sistema (ovvero la storia) senza raccontare il processo (i dubbi di ogni personaggio). I dubbi sono così dicotomici nel film di Raimi, che non si può parlare di una dimensione ulteriore oltre quella sistemica.
Tale modalità di narrazione è più vicina alla realtà. I personaggi racchiudono in sé la complessità della vita, il non sapere mai cosa fare tra le tante chance, fino a quando non lo fai. Questa modalità di narrazione è figlia della vignetta , in tutti i sensi. Il raccontare le storie nel loro divenire, ma anche dover cogliere l’ora e la sua impercettibile quanto sfaccettata realtà, fa parte del modo di racontare del fumetto, diviso in tavole (la storia) e le vignette (l’ora e l’adesso). Ed ecco, forse, il più grande apporto di Frank Miller nel film, ed anche nel mondo dei soliti registi, che potrebbe cogliere questa modalità di narrazione per avvicinarci all’imprevedibilità della realtà.
Rispondendo virtualmente alla De Tassis, di cui sono estimatore in edicola ed in televisione, ben vengano traduzioni intersemiotiche non vicine ai soliti canoni del cinema, soprattutto quando insegnano qualcosa al cinema.
Hugo Pratt, citato nei titoli di coda, come si racconta nello stesso numero di Ciak, rifiutò di fare una sceneggiatura di Corto Maltese: ai produttori che la richiedevano, mandava le tavole, cosa per loro non sufficiente. Forse il cinema e il fumetto sono stati divisi da sempre, proprio per modalità differenti di immaginazione. Chissa se questo film non cambi le cose nel profondo.
Marcowood
E' da una ricerca scentifica che arriviamo ad una clamorosa scoperta. I fiori sono sopravvissuti alla selezione naturale grazie alla loro bellezza e al loro profumo. La ricerca dimostra come gli uomini, conquistati dalla forma e dall' odore, abbiano coltivato questa altra specie piuttosto che opprimerla. Questa è una strategia da imitare. ad esempio nel campo della comunicazione, la bellezza e l' innovazione di una campagna pubblicitaria ne determina l'efficacia. Prendiamo le cartoline dell' Absolute e ne abbiamo un' ottimo esempio. Tanto interessanti che ne è nato il collezionismo. I prodotti se buoni e di una certa qualità sopravvivono al tempo e allo spazio, e si difendono, come in una selezione naturale, dalla dimenticanza. Impariamo dai fiori: ciò che è bello sopravvive a ciò che è brutto o anonimo.
Un prodotto dell’ industria culturale è anche un’ uomo, se assume un’identità all’interno dell’ immaginario collettivo. Un uomo circondato da un’aura, spesso due o tre particolari afferenze, se ricordo bene gli studi di psicologia. Insomma deve comunicare in modo semplice, coerente e quindi credibile, un modo di vivere. (comunicare modi di vivere è il grande business di tutti i tempi). Jovanotti ha fondato il suo successo negli anni ottanta, quando cantava “sei come la mia moto”, hit per tutti i paninari, tra poco rediviva in quella grande semiosfera chiamata trash. Poi ha avuto la svolta new age, e si chiamava Lorenzo, e andava in giro con il sorrisone, e tutti gli volevano bene (E quanto era spirituale con quella barbona da asceta e quel suo conto in banca- che sono bravi tutti ad andare in giro per il deserto, mangiare con i nomadi, se hai i milioni di euri in banca). E adesso? Il suo ultimo disco che ha fatto successo è “L’Albero”. Poi il nulla. Ricordo dei singoli: “File not found”, e poi un disco che profumava. Ad un certo punto ammalato di mancanza di copertura mediatica, mentre stava col grande boh a disegnare strade in mezzo al deserto, ha fatto una settimana in cui ogni giorno stava a cantare in tv in almeno tre programmi differenti. E lì, come dice un mio amico tecnico, si è “sputtanato definitivamente”. Oggi esce con un nuovo disco “Buon sangue”. Non mente, sicuramente. Analizziamo ora le scelte infelici di questo prodotto. Perché non è di musica che stiamo parlando. Ma di un prodotto culturale, che all’ interno comprende sia l’artista che la sua musica. Jovanotti ha avuto la sua grande fortuna con “sei come la mia moto”, cavalcando cosi l’American way, fondante negli anni ottanta. Poi ha avuto la svolta new age. Adesso potremmo chiamarlo uno sperimentatore, ma sbaglieremmo, perché non è chiaro cosa voglia dire o fare, ed è un errore, perché non comunica in modo semplice e chiaro un modo di vivere, strategia che da sempre fa la sua fortuna. Inoltre ha perso credibilità. Fondando sempre il suo personaggio su la sincerità dei modi di fare, la schiettezza e la verità, ha avuto sempre successo. Ma la settimana in cui è stato in televisione lo ha bruciato. Non se la passava bene, i dischi non vendevano perché la figura del new age aveva annoiato un po’, ma soprattutto non andava più di moda esserlo. Cosi è andato in televisione per una settimana, ogni giorno in tre programmi differenti, sollevando anche dibattiti. Lui si difese dicendo che stava “sperimentando”, che è, in modo sottile, differente da dire “faccio promozione”. Fare promozione, si fa per se’, sperimentare lo fai per tutti, lo fai per la comunità. E così il buon Jovanotti mentii, nascondendo una sua utilità dietro ad una missione quasi scientifica. Mentii, e venne meno a ciò che era rimasto del suo personaggio. Se dividessimo tra forma e sostanza potremmo dire che la sostanza del prodotto Jovanotti è la sincerità dei modi di fare, la schiettezza e la verità, che poi in alcuni casi è significato anche una certa ricerca di spiritualità. La forma invece è stata prima quella del paninaro, poi quella new age. Ha cambiato forma, ma non ha mai tradito la sua sostanza. È stato coerente, e quindi credibile. (la coerenza, porta sempre credibilità, che è la formula giusta per sopravvivere nell’ immaginario collettivo). Nella settimana della tv ha tradito tale coerenza, avrebbe fatto meglio a dire, “lo faccio per me, per dire che ci sono”, non nascondendosi, ma venendo allo scoperto e denunciando fino alla fine intenzioni palese a tutti. Il successo e il mantenimento di questo, significa coerenza. Anche se dici le cose piu brutte di questo mondo. Siamo curiosi di vedere come va il nuovo disco. Per vedere se per una volta la musica sa parlare più del suo cantante. Marcowood
Per la serie "Quando le storie si intrecciano": una piccola chicca.... Can 5 la fattoria... restyling totale con tanto di barbara d'urso... rai 2 music farm... restyling totale con tanto di simona ventura... due reality a confronto... due restyling in competizione..
Nei reality ha ruolo principale la cosidetta sceneggiatura invisibile, che faccia fidelizzare i telespettatori, ma che spesso è realizzata a tavolino dagli stessi autori.. ma qui si tratta di strategie ben più sottili... arriviamo al fulcro.. la D'urso si siede su "Simona" e la Ventura si siede su "Barbara". Lo sponsor di cui curano le telepromozioni durante i differenti programmi è lo stesso. "Cheateau d'aux", azienda produttrice di divani. Le modalità di promozione sono differenti (in uno la D'urso esalta la convenienza, nell' altro la Ventura ne esalta la qualità) probabilmente a causa del differente target dei format, ma persino il set è lo stesso, e anche le inquadrature. E- qui si raggiunge il massimo- la poltrona che vende la D'urso si chiama Simona, e quella che vende la Ventura si chiama Barbara. Strategia di marketing vincente quella della chateau d'ax, non solo monopoliizza i reality, non solo da i nomi delle soubrette ai suoi divani, ma anche crea, in modo sottile, un'altro reality. Quello del rapporto a distanza tra le due, che viene vissuto facendo sedere una sull'altra, facendoci solo immaginare quanti imprechi - una sull'altra-penseranno sedendosi su quei sofà. Qualcuno mi potrebbe dire che la cosa sia casuale. Sappiamo bene però quanto gli uffci di marketing non lascino niente al caso. Secondo me si tratta di nuove strategie di posizionamento che realizzano reality che vivono solo nell'immaginazione del telespettatore.. e che ci fanno arrivare a fare pubblicità - involontaria- al loro prodotto.
Il mercato più redditizio all’ interno dell’ industria culturale post industriale, è quello dei prodotti d’intrattenimento col fine di socializzazione. Vorrei saltare a piè pari discussioni sulla mancanza della socializzazione dopo l’avvento dell’ industrializzazione, e sulla solitudine dell’uomo moderno, e così superare rassegne circa Tonnies, Marx, e la scuola di Francoforte. A noi interessa la sostanza della comunicazione e ciò che ci sembra utile per far successo. E il mercato della socializzazione sembra essere uno tra i più floridi. Basti pensare alle prime agenzie matrimoniali, fino alle chat, alle messaggerie che incontriamo nei pub, alle discoteche e al successo che hanno avuto gli sms, cosi pervasivi, intimi, e allo stesso tempo discreti, che permettono una socializzazione anche ai piu’ timidi.
L’esperienza di www.habbohotel.it rappresenta l’evoluzione della chat. E dei prodotti d’intrattenimento finalizzati alla socializzazione in generale. Se il problema della chat era l’autorappresentazione del se all’interno del flusso comunicativo, realizzabile con la scelta del font, del colore, e dell’avatar, habbohotel aggiunge a ciò la scelta degli spazi da vivere.
E’ come se ad una percezione del se “bidimensionale” come quella proposta da tutte le chat, Habbohotel.it aggiungesse una terza dimensione, una comunicazione del se “tridimensionale”.
Appena entriamo ci dobbiamo vestire, e incontriamo persone in questo fantomatico albergo, con le quali possiamo parlare. Se non vogliamo essere ascoltati da altri, ed avere una relazione più intima, andiamo , attraverso un navigatore, in una stanza privata, magari la nostra. Ma possiamo anche non parlare, e far parlare per noi il linguaggio del corpo. I nostri personaggi, gli habbo, andranno in discoteca, oppure a farsi un bagno in piscina.
Il recupero dello spazio e del corpo nella chat. Una rivoluzione nella forma.
Ma come tutti i prodotti d’intrattenimento, hanno una forma freeware, accessibile a tutti, e un plus, una forma a pagamento, del tutto opzionale.
L’arredamento nelle stanze, ovvero la personalizzazione dello spazio, e la possibilità di fare tuffi, che vengono ripresi e fatti vedere da tutta la piscina, e che rappresentano la personalizzazione del movimento del corpo.
Un’ idea vincente, quella del gruppo sulake, di origine finlandese. Che applica la chat al videogioco.
Permettemi un paio di parentesi. Come mai paesi cosi freddi, in particolar modo la Finlandia, danno origine ad esperienze tra le più vincenti nel campo della comunicazione e dell’ estetica, come Ikea, Habbohotel, e Nokia?
Habbohotel comunque permette un’ altro tipo di lettura, che ci fa ragionare sul lancio dei prodotti dell’ intrattenimento finalizzati alla socializzazione. Un problema che abbiamo chiamato “effetto verginità” , e che svilupperemo nel prossimo articolo.
In Italia ci sono registi che saprebbero rinnovare il cinema italiano. Ma si nascondono -forse lì nascondono- tra sceneggiature mediocri, deludenti. E questo non nel momento in cui ci si accorge di loro, ma bensì quando gli si da l’occasione di fare un gran film, quando gli si accosta una grande produzione.
Alex Infascelli ci aveva sorpreso con “Almost Blue”, aveva fatto un film fuori dal coro, che si faceva notare. Nell’ aprile del 2004 esce il suo secondo lungometraggio, “il siero delle vanità”.
Una sceneggiatura che si indovina a metà del film. La celebre Sonia Norton, conduttrice di un talk Show omonimo e di successo (una Francesca Neri discreta, il cui personaggio ricorda un po’ la Carrà), un bel giorno ha tra i tanti ospiti un certo Esposito (Quasi un eponimo, ed infatti è orfano) che dice di essere il nipote di Houdini, e che vuole avere l’occasione di far vedere come riesce a svolgere un numero di magia. Ma la magia non riesce, e lui a distanza di dieci anni rapisce tutti gli ospiti di quella serata per avere una seconda occasione.
Niccolo Ammaniti era stato un ottimo sceneggiatore per “Io non ho paura” di Gabriele Salvatores, e aveva fatto sperare un po’ tutti di poter dare una nuova linfa vitale ai registi italiani. Ma procura ad Infascelli un soggetto basato su una critica, per altro superficiale e scontata, sulla televisione, di cui non se ne sentiva affatto il bisogno. Un “Quinto potere” che arriva con 20 anni di ritardo in Italia, e che attacca in particolar modo una certa “Tv- verità”, che ha trasformato la cultura televisiva italiana dieci anni fa. Una critica tempestiva. Tutto ciò, forse, per ingraziarsi il bollino di “impegnato” (un tempo si diceva radical-chic) e per strizzare l’occhio a quegli intellettuali di nicchia (in realtà una moda di pensiero tramontata un bel po’ di tempo fa) in cerca di un identità. Una visione “apocalittica”, già svelata e abbattuta da Eco, dal nostro Abruzzese, ma che fa tanto “impegnato” nei salotti buoni del bel paese e tra le parrucchiere di provincia, meglio se capando i fagiolini.
Ed infatti forse il produttore aveva in mente questo target, solo che tra un “non esistono più le mezze stagioni” e un “Si stava meglio quando si stava peggio”, la coscienza degli italiani è cambiata, e ha persino salvato e rivalutato i Vanzina e Pierino. Questa “doppiezza” della cultura ha portato a film come “ricordati di me” nell’ultimo periodo. Film inspiegabili, paleolitici a livello di sceneggiatura: non che la televisione sia inattaccabile, ma il fatto è che la critica è spesso superficiale tardiva e demagogica, e che viene resa come soggetto per film mainstream, quasi come il cinema non avesse di meglio da dire.
In tutto ciò, una conferma di qualità per l’ottimo Infascelli: una ricerca dell’immagine poetica e creativa, che cita e si alimenta delle migliori produzioni indipendenti statunitensi (su tutte “Requiem for a Dream” nella sequenza dell’assottigliamento della pupilla a seguito di assunzione di droga), ed una fotografia magistrale, che rende ogni inquadratura un piacere dello sguardo.
In tutto ciò, un dramma per il giovane cinefilo italiano, che tenta di convincere le compagnie di amici del valore dei nuovi connazionali registi, e che non trova argomenti con cui controbattere.
Un dramma per questi registi, dal definito talento e dal carattere accattivante, che non riescono ad avere un’occasione per esprimersi a livello delle proprie qualità.
Ma soprattutto un dramma per il cinema italiano, che, piuttosto che lasciarsi andare alle innovazioni interne, si arrabatta su di se, scommettendo su cliché oramai morti, sepolti, demagogici, e accusando un altro medium di impoverimento culturale.
Qualcuno diceva che i difetti sono come una sacca sulle spalle: riesci a vedere solo quelli degli altri. Va di moda in Italia, a quanto pare non solo in politica.
Prendi un interno, costruisci due personaggi, li avvolgi in una storia d’amore complicata e lascia un finale spiazzante. Closer è unico nel suo genere? Ni. La sinossi sembra quella di qualunque altro film, romanzo, qualsiasi cosa dedita all’ intrattenimento, e allora perchè è così affascinante come prodotto?
Il film ti incolla alla poltrona. I dialoghi sono eccelsi. I personaggi sono costruiti in tal modo che le loro manie ci fanno ridere, i loro pensieri e il modo con cui vivono , (o meglio forse “vissuti” per il distacco e la lucidità che a volte mostrano), sono talmente stravaganti, come solo caratteri ben delineati, persone sicure delle proprie insicurezze, possono essere. I protagonisti sono maturi, conoscono le loro debolezze, e chiedono all’altro - che sia compagno, o amante- di assecondarle. E questo trasforma i personaggi in reali, se insieme alle loro stravaganze metti anche una sottile autoironia. La grandezza iniziale del film è proprio in questo, nella profondità della caratterizzazione dei quattro protagonisti (ad eccezione della Roberts, poco credibile nei panni di depressa cronica).
Quattro personaggi in cerca di una storia. Quasi per destino, necessità. La trama è semplicemente lasciar agire i quattro caratteri. Innescati casualmente, vivono semplicemente il loro modo di essere. Quasi come quattro attori su un palcoscenico lasciati improvvisare, come un po’ “The Blair Witch Project” per intenderci.
Ma qui nulla è lasciato al caso ( e probabilmente neanche in quell’ altro): un lavoro meticoloso, che esclude le magnificenze degli effetti speciali, esclude visioni amorevoli di New York. Gli esterni infatti sono al minimo, sono tutti interni: la situazione da “Closer” è una camera, con due attori che recitano. È come se fosse teatro. Ed in effetti il testo nasce sul palcoscenico. Eisenstein in “lezioni di Regia” parlava di organizzazione della location con il fine di dare il massimo respiro alla drammaturgia, costruendo lo spazio a seconda dei movimenti degli attori. Così Nichols “chiude” i personaggi nei loro angusti spazi, che sono gli spazi costruiti insieme, gli spazi condivisi dalla coppia di turno. Perché l’ oggetto del film non è semplicemente le storie d’amore, ma l’esplosione di quattro caratteri “messi alle strette”: una focalizzazione sui comportamenti estremi dell’uomo e della donna, quasi un “visionare” i pensieri che corrono in una coppia d’oggi. Ne esce fuori un inno all’infedeltà e alla meschinità, perché caratteristiche di un uomo che vive le sue debolezze piuttosto che censurarle.
Un ritorno alla scrittura quello del regista, e al passato del cinema. Un’ottima sceneggiatura, sviluppata in modo egregio. Realizzando un film che fa della limitazione un’ estetica. Come Il buon vecchio Lars ne “Le Cinque Variazioni”, ( e in tutta la sua filmografia) decanta l’importanza del limite come possibilità per più profonda creatività, così Nichols chiude il suo film negli interni, soffocando i personaggi, e impacchettando un opera che ritrae in profondo l’animo umano odierno, senza falsi moralismi. La storia può sembrare triste, ma in realtà ogni personaggio è un vincente, perché ha conosciuto la verità della persona che gli stava accanto, anche se debole, anche se la loro storia è finita.
Un film che avrebbe avuto la benedizione di Roger Corman: una sceneggiatura densa profonda e semplice, interessante e appassionante, realizzata per lo più in interni, e con, per la maggior parte, due attori da dirigere per scena. Un idea che si sarebbe potuta creare con due soldi (ed invece sono stati spesi 40 ml di dollari, comunque un piccolo budget per le grandi produzioni di Hollywood) Ma provate ad immaginare cosa sarebbe stata senza l’elegante misterioso fascino della Portman? Un film molto bello, ma probabilmente non avremmo speso l’entusiasmo di questa “recensione”.
La visione della pellicola sarebbe stata una lezione di scrittura e di regia, ma non appassionata come lo è adesso.
Lotman ci ha insegnato cosa sia un’ opera d’arte: un pugno nello stomaco di colui che se ne sottopone. Tra le forme apparentemente prive di significato il lettore formula una propria interpretazione. Un’ interpretazione, forse non l’interpretazione.
Greimas parla di due livelli di narrazione. Una fatta di storie e personaggi, l’altra di significati, valori, che i personaggi interpretano e di cui sono metafore.
Donnie Darko, nella mia interpretazione, è un trattato di sociologia. “cos’e’ successo alla fine degli anni ottanta?” Un po’ quello che successe nell’ antica Sparta. Il debole veniva accantonato, poiché non utile nella società, e veniva messo fuori dalle mura, aspettando la morte.
Cosi’ negli anni ottanta la cultura statunitense si trasforma.
I Personaggi emblematici in tutto questo chi sono? Quattro. La ragazza sovrappeso con problemi, le ragazzine ballerine vincenti, la professoressa Barrymore, e la professoressa di educazione fisica, che assomiglia terribilmente alla Moratti.
La Barrymore rappresenta l’anima sincera e intelligente, quella che rispetta ogni individuo e tenta di creare menti singole, non robot. Vede nella ragazza soprappeso con problemi, e in Donnie, dei non integrati, che la società non accoglie. Lei cerca di dare il suo apporto alla società, tentando di formare persone singole: una società che accolga più visioni della realtà e che faccia della differenza un’occasione per la crescita sociale. Invece la professoressa di Educazione Fisica, che crede nelle formule e vive la vita con significati reimpostati basati sulla paura del diverso, attraverso degli slogan inventati da una bella faccia (Patrick Swayze) ma pedofila e chissa quant’altro, rappresenta la società meritocratica estrema, una nuova società, semplice, ma “spartana”, basata sulla paura, che riconosce il vincente e lo dopa psicologicamente all’ inverosimile, che non si interessa degli individui, e dei problemi singoli, e che usa la costrizione sulle stesse persone che gli procurano il successo (“se ti viene da vomitare inghiotti”). Una società fatta di menti singole, proposta dalla Barrymore, e una massa istruita con slogan, quasi "propagandistica" proposta dall’insegnante di educazione fisica. La Barrymore viene messa da parte dal preside, perché i suoi metodi d’insegnamento sono eccessivi, mentre la professoressa di educazione fisica siede accanto al preside, sicura della sua linea educativa.
I principali agenti di socializzazione ci fanno vivere questa crisi culturale. Della scuola abbiamo già parlato. La Tv propone, nel film, dibattiti politici per l’elezione presidenziale tra Dukakis e Bush padre, sottolineando il momento di svolta. La famiglia di Donnie vive intelligentemente questo momento: il padre è pro-Bush ma approva Donnie quando manda a quel paese l’insegnante di Educazione Fisica e il suo modo di insegnare, la sorella è pro-Dukakis, la madre vive in modo critico ciò che la circonda non prendendo posizione se non contro i metodi da slogan proposti dalla scuola. Nella famiglia soparavvive il confronto e l’analisi critica della società, cosa che viene censurata nella scuola, ma anche questo agente si abituerà - o si dovrà abituare- alla cultura che si sta sviluppando: Bush vincerà, e la madre porterà al successo le ragazzine ballerine vincenti.
E Donnie in tutto questo? Donnie osserva e non si integra. Non si lascia scivolare le cose addosso ma le vive appieno, non tentando di cambiarle ma tentando di denunciarle. Ricorda la cultura Punk “che vuole distruggere il mondo per vedere com’e’”, come dice commentando un libro. Ma la distruzione la compie su se stesso alienandosi sempre di piu e perdendo il contatto con la realtà. Quando l’unico senso che aveva la realtà per essere vissuta muore, ovvero la sua ragazza, Donnie perde definitivamente interesse nella realtà e si suicida. Ma il suo è un suicidio altruistico, come direbbe Durkheim nella teoria dell’ anomia, perché attraverso la sua morte farà sopravvivere la sua ragazza e sua madre, le persone che gli hanno dedicato di più la loro vita.
Dalla differenza si può crescere, come propone Barrymore, che vuole integrare nella società Donnie e la ragazza soprappeso, ma della differenza si può anche avere paura, come propone la politica di Bush (è sua la proposta dello “scudo spaziale”, per difendersi da fantomatici attacchi dallo spazio) e anche lo stesso “schema” educativo proposto da Patrick Swayze e l’insegnante di educazione fisica.
Come nel medioevo, l’ignoranza portava alla paura, così il film ci sottopone una visione della cultura degli anni ottanta, che vede prevalere un’istruzione procuratrice di significati e basata sulla paura del diverso, in luogo di un’istruzione che cerca di sviluppare la ricerca singola di significati e la capacità critica.
A chi mi contesterà di escludere totalmente la trama fantascientifica dalla mia interpretazione posso dire che secondo me è solo un costume come quello del coniglio. Il film non mi è piaciuto, perché non è un dark movie come ci si aspetta. Lo metterei accanto a “Le invasioni barbariche”, “Velluto blu”, “American Beauty”, “Bowling a Colombine” e lo stesso “Fahrenheit 11/9”: una critica dall’ interno, che forse deve essere mascherata perché altrimenti “censurata”, o forse semplicemente perché è più bella cosi’. È l’opera d’arte come intesa da Lotman: qualcosa che non ti aspetti, perché te ne sottoponi per “piacere sensoriale”, ma che nasconde all’interno una domanda a cui non ti saresti mai sottoposto ma a cui sei costretto a rispondere.
Donnie Darko è un viaggio nel tempo. Il regista è come se ci dicesse, “se volete capire perché viviamo in questa società oggi, torniamo indietro negli anni ottanta quando la nostra cultura cambiò definitivamente, quando iniziammo ad avere paura, quando la stessa istruzione cambiò”.
E chissà se questo viaggio nel tempo lo compie lo spettatore una volta finito il film, andandosi a documentare su cosa accadde realmente. (E chissà se non è quello a cui dovremmo pensare noi, dopo aver notato la somiglianza con la Moratti).
Marcowood
Buonasera a lorsignori. Mi presento. Sono Marcowood, il Direttore dell' "Omogeneizzati Lab". La mission di questo laboratorio è semplice, proporre un luogo in cui scrivere circa l'industria culturale in modo funzionale, semiserio, creativo.
L' "Omogeneizzati Lab" si pone all' interno di una visione del consumo odierno come attivo. Nel momento in cui andiamo a consumare un prodotto dell' industria culturale, lo risemantizziamo, e lo facciamo diventare qualcos'altro. Nessuna idea è vergine, tutte le idee hanno radici nel passato, in prodotti gia consumati. Per esempio I Lumiere non avrebbero mai inventato il cinema senza le ombre cinesi, la fotografia ecc..
Da qui L' "Omogeneizzati Lab" si pone come occhio sull' industria culturale, per digerire qualunque prodotto e desumerne la sostanza che sta dietro la forma: le idee vincenti che possono essere alla base di nuovi prodotti creativi.
Un frigo enorme dal design accattivante. Da cui cibarsi continuamente e alimentare la propria creatività.
Il blog rappresenta la forma più dinamica di pubblicazione in questo momento. Per questo La "Omogeneizzati Lab" l'ha scelto come forma principe del momento per comunicare e scambiare contatti.
Solo l'essenziale. Solo ciò che può nutrire altra creatività. Con entusiasmo e divertimento. Perchè solo in questo modo nascono idee vincenti.